#VinoDigitale. Eleganza, ironia e calici su alla conquista di IG. Intervista a Simona Geri.

#VinoDigitale. Eleganza, ironia e calici su alla conquista di IG.

Intervista a Simona Geri

Pubblicato il

29 Aprile 2021

Giusy Ferraina

Torna l’appuntamento con il #vinodigitale e una nuova intervista ai comunicatori del vino.

Capelli lunghi scuri, sguardo algido, elegante anche con un paio di sneakears, toscana e con un curriculum sostanzioso, perché per chi come lei parla di vino non si finisce mai di studiare e di viaggiare. Il suo motto è “calici su”, un modo per rendere omaggio alla sua passione, alla vita e con raffinata ironia anche a chi ha sempre qualcosa da criticare.

L’ospite di oggi se non l’avete capito è Simona Geri, per tutti una delle wine influencer che sta spopolando negli ultimi anni su Instragram, per chi lavora nel mondo del vino una comunicatrice attenta, preparata, ma soprattutto moderna e contemporanea. L’esempio perfetto di chi ha saputo declinare il mondo del vino, il suo fascino astratto e la sua storia al mondo digitale e alle sue regole, a dei canali di comunicazione democratici e aperti a tutti, dove tutti possono leggere, interessarsi e confrontarsi. Il suo esordio e il suo successo casuale, come lei stessa spiega, ha trovato sostegno in una presenza costante e professionale, non improvvisata sotto nessun punto di vista e non mi riferisco solo alla competenza enologica, perché Simona del suo modo di stare on line ha studiato proprio tutto. Amata dai suoi follower, ma anche criticata da professionisti e neofiti per il suo approccio glamour, le ho posto una serie di domande per capire il suo percorso, il suo stile, le difficoltà e le soddisfazioni di questo lavoro, ma soprattutto come una esperta di vino possa diventare un buon strumento di marketing per le aziende.

 

Simonagsommelier è il tuo profilo instagram con quasi 43 mila follower. Com’è nata l’idea di parlare di vino sui social e, soprattutto, ti aspettavi questo successo?

Non mi aspettavo assolutamente questo successo. L’idea è nata sia per caso che per necessità. Avevo preso da poco il diploma di Sommelier AIS, per una questione di passione e interesse personale. Da lì a poco l’azienda di trasporti e logistica per la quale lavoravo da quasi 10 anni avrebbe chiuso, così mi sono ritrovata senza lavoro a 40 anni passati. Ho cercato nel mio campo (io nasco come perito tecnico commerciale e ho sempre lavorato in ambito amministrativo e della sicurezza sul lavoro), ma con molta diplomazia mi sentivo dire che avevo un gran bel curriculum, ma anche un’età “troppo adulta” e “onerosa”. Con l’aiuto di mio marito commercialista allora decisi di aprire la mia società “The Winesetter srls”, mi sono messa in mano ad un’agenzia di marketing, abbiamo creato un blog ed anche l’account Instagram “simonagsommelier”. Pensate che prima ero sui social solo per controllare mia figlia..

 Cos’è per te il vino e cosa significa per te parlare di vino.

Il vino è una cosa che mi ha sempre accompagnato fin da bambina grazie a mio padre di Bolgheri e nonni materni con ristorante-enoteca all’Isola D’Elba. Mi ha sempre affascinato, ancora oggi quando vado in cantina e ne sento il profumo mi si apre quel cassetto dei ricordi di quando mi portavano a vendemmiare. Parlare di vino per me è gioia, emozione. Mi piace far conoscere le realtà vitivinicole, spiegare alle persone cosa provo quando degusto un vino.

 

Nel complesso mondo della comunicazione on line, tu come ti definiresti?

Non mi definisco un influencer, anche se ormai tutti mi hanno “appioppato” questo appellativo; mi definisco un comunicatore del vino. Cerco sempre di parlare in maniera semplice, con termini non troppo tecnici o didattici, perché molte persone non conoscono determinate definizioni; se poi siamo tra colleghi, ben venga il tecnicismo. Attenzione però, semplice non significa “improvvisato”, per parlare di vino in maniera professionale bisogna studiare sempre, semplificarne il linguaggio a volte è anche più complicato che usare i soliti termini da sommelier. Io ho conseguito anche il secondo livello WSET con merito e ho frequentato un corso come operatore enoturistico.  E ho ancora tanto da imparare e ovviamente da bere.

 Tu fai molta informazione sul vino, ma questa non può prescindere da uno stile personale, nel tuo caso anche visual, e da uno stroytelling ad hoc. Quali sono le caratteristiche della tua narrazione e come definiresti il tuo stile?

C’è uno studio dietro ogni stories, ogni foto, ogni degustazione, fatto ad hoc in collaborazione con l’agenzia di marketing che mi segue. Il mio stile è un mix tra l’apparenza un po' algida che posso dare attraverso le foto dei post e la genuinità del mio carattere schietto, a tratti anche ironico che traspare dai miei video. Non amo le persone troppo impostate in nessun campo o che salgono in cattedra e fare le maestrine.

 Secondo te com’è cambiata nel tempo l’attività del blogger e che difficoltà o vantaggi ci sono oggi rispetto all’inizio?

Io non sono un blogger anche se ho un blog che cerco di tenere attivo con articoli personali, non con articoli di comunicazione eventi presi a destra e sinistra con copia incolla giusto per far vedere     che c’è qualcosa sul blog.  Per quanto riguarda l’attività sui social media invece, è un settore che sta avendo una crescita esponenziale, ma anche qui non ci si improvvisa: studi, investimenti sulle piattaforme per farti conoscere, ricerche mirate di retargeting, seo, tutte cose che se non sei un laureato in marketing (e io non lo sono), le devi fare affidandoti e collaborando con professionisti. Diciamo che tutti vogliono lavorare con le piattaforme social, ma pochi hanno gli strumenti e le competenze per farlo. In giro c’è tanta approssimazione.

 

Oggi le cantine sono più “formate” sulla figura del blogger o dell’influencer, oramai veri strumenti di web marketing, secondo te come percepiscono le aziende la figura del blogger e in particolare dei tuoi servizi?

Questa domanda mi piace parecchio così finalmente cerco di spiegare: noi comunicatori del vino (o influencer chiamali come vuoi), non siamo Mago Merlino e se un’azienda pensa di collaborare con noi per la sola ed esclusiva vendita dei vini, non ha capito niente. Noi siamo un mezzo per far conoscere il Brand, per far avvicinare la nostra community a quel nome ed a quei vini. Poi c’è di riflesso un lavoro di vendita, ma non è immediato (si sa che le buone operazioni di marketing danno i frutti sul lungo termine), e molto dipende dall’azienda stessa, se non ha un suo sito web e un e-commerce funzionale, intuitivo e ben indicizzato, se non è presente sui social non va molto lontano. 

 

Altra cosa che mi preme sottolineare: spesso le aziende ci scambiano per dei benefattori giocando sulla formula “ti mando il vino, mi fai un post gratis?” Ma care cantine, noi non paghiamo le tasse né con le bottiglie gratis, né con gli inviti alle cene. Pertanto considerato il lavoro che c’è dietro ad ogni post o stories, penso sia

giusto che ogni prestazione lavorativa abbia il suo adeguato compenso che non sia il baratto. Personalmente, e senza offese, a me non interessa avere bottiglie gratis, il mio vino me le compro volentieri; i post “in amicizia” li posso anche fare, ma non è un obbligo, ma una mia scelta e un mio piacere. Un modo per dire che quel vino mi è piaciuto o la storia di quella azienda mi è piaciuta.

 

Come scegli i vini di cui parlare? E come organizzi il tuo lavoro tra degustazioni, viaggi, visite in cantina? 

 

Sono le cantine o gli uffici stampa che mi contattano, non ho mai mandato una mail a nessuno per propormi. Quando mi contattano, prima parliamo (di persona o dato il periodo in video call) perché  seppur molto social ho bisogno del rapporto umano. Successivamente assaggio i vini, se mi piacciono, cosa da cui non si prescinde, inizia la collaborazione che sarà studiata insieme e in base all’esigenze del cliente. Se i vini non mi dovessero piacere resta la riservatezza tra le parti e la cosa non va oltre. Non riuscirei mai a parlare di un vino che a mio giudizio ha dei difetti, perché se poi uno dei miei follower o lettore, compra quel vino io non ci faccio una bella figura.  Per quanto riguarda le visite in cantina, una volta al mese vado a trovare le cantine della mia “winefamily” perché anche se ci sentiamo praticamente tutti i giorni, il rapporto umano (con tutte le precauzioni del periodo) non deve mancare. Per le degustazioni c’è un calendario dato che ad oggi le cantine fortunatamente sono abbastanza. Alcuni giorni mi fermo per non imporre troppo la mia presenza nei video e per dare un senso logico alle degustazioni stesse, ma anche per dare spazio e  gestire al meglio la vita familiare.

 

Come hai vissuto il periodo del lockdown? Una figura come la tua possiamo dire che è stata di aiuto a molte cantine per continuare a promuovere e vendere anche i loro vini?

Il lockdown ha aiutato molto, lo abbiamo detto, la figura del comunicatore digitale. Io ad oggi sono anche media manager di alcune cantine oltre che media partner. Mancando gli eventi face to face credo che il nostro apporto sia stato importante e molti di noi si sono impegnati con le proprie idee e presenza a tenere vivo il nostro mondo.

Essere un profilo molto seguito ha i suoi pro e contro. È capitato più volte, leggendo i tuoi post, che tu sia stata attaccata per ciò che dici o fai, criticata e anche offesa o presa in giro. Da chi sono arrivate le critiche e perché anche nel mondo della “divulgazione del food & wine” sono sempre più frequenti gli hater secondo te? Cos’è che non piace o che non si accetta’

Anche di questo sarebbe da parlarne delle ore. Tanti haters, sia uomini che donne, ma le donne forse anche di più. Non so cosa non accettano, so solo che spesso si attaccano ad una frase la decontestualizzano dal discorso intero e ti massacrano. O magari ti massacrano per una foto dove il vino non è ben visibile iniziando a dirti di tutto, quando quel vino è tuo e non stai facendo alcun tipo di sponsorizzata. Molti sono pure ignoranti in merito: basterebbe guardassero la dicitura #ADV o #AD (che ricordo essere obbligatoria quando si riceve un compenso con emissione di fattura). Prima me la prendevo, ora ho imparato a riderci quando vedo una mia foto presa e messa in qualche gruppo. Non accetto di essere offesa sul personale, su mie ipotetiche posizioni politiche e/o religiose che c’è chi crede di dedurre da un tatuaggio, sulla mia famiglia, sul mio privato. In questo caso, c’è il mio avvocato che sa fare molto bene il suo lavoro. Concludo dicendo che ci sono tantissimi account sul vino, se non ti piaccio io si può anche andare oltre, non mi interessa piacere a tutti né essere amica di tutti.

 

Quali consigli daresti a chi si avvicina alla comunicazione del vino? 

Consiglio di studiare, di non improvvisarsi, ma anche di essere umili. Se si vuole intraprendere il percorso della comunicazione digitale, bisogna affidarsi a dei professionisti, investire denaro e tempo, molto tempo. Fate parlare il cuore, non tutti i vini sono buoni; imparate a dire di no, ma sempre in maniera educata. E bevete tanto, seppur responsabilmente, sappiate uscire dalla vostra comfort zone e siate sempre curiosi. Inoltre non prendetevi mai troppo sul serio e ricordate, come diceva il mio babbo “con la gentilezza conquisterai il mondo”.

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#VinoDigitale. I wineblog danno voce al vino. Intervista ad Andrea Petrini

#VinoDigitale. I wineblog danno voce al vino.

Intervista ad Andrea Petrini

Pubblicato il

19 Aprile 2021

Giusy Ferraina

Torna l’appuntamento con il #vinodigitale e torna con una nuova intervista dedicata al mondo dei wineblogger.

In origine c’era il blog, strumento innovativo di marketing e pubbliche relazioni più importanti nel panorama del web. È da qui che comincia il lungo percorso dei social network, del content marketing e degli user genereted content. Il blog, molti di voi lo ricorderanno come quel diario online che molti amanti della scrittura e di alcuni settori aggiornavano costantemente raccontando esperienze, emozioni, impressioni, facendo critiche, dando risposte. Nel tempo tutto questo si è trasformato, professionalizzato, passando da hobby ad un lavoro, da pagina personale a sito ufficiale vero e proprio. Le stesse aziende usano i blog per raccontarsi dall’interno con un tono meno istituzionale.

In questo percorso di narrazione “personale” non è esente neanche il vino. Meno coinvolto, secondo me, rispetto al food, dove inizialmente appassionati di cucina si sono lanciati in ricettari on line sempre più multimediali, con foto, video, preparazioni, mise en place. Nel momento del boom dei blog sono stati molti i sommelier, i winelovers, gli appassionati di questo mondo a raccontare etichette, cantine, vendemmie. Solo in un secondo momento sono approdati sui social, condividendo i loro post e sicuramente non hanno sofferto la concorrenza di oggi. La caratteristica che ha sempre contraddistinto i primi blogger, soprattutto del vino, era la competenza. Aspetto fondamentale che non va sottovalutato mai e che distingue spesso i blogger di prima generazione da quelli neonati.

Tra i primi wine blogger, mi piace definirlo un pioniere, c’è Andrea Petrini con il suo Percorsi di Vino dal 2007 non ha mai smesso di raccontare la sua passione per il vino, facendola diventare anche la passione di tanti altri, istruendo e consigliando i neofiti e scambiando opinioni e punti di vista con produttori e un pubblico “più educato” enologicamente parlando. Andrea è il nuovo protagonista della mia rubrica #vinodigitale e con lui parleremo proprio del suo blog, di come un wine blogger parla di vino sul web e della sua scelta fuori dagli schemi.

 

Sei stato uno dei primi che ha mosso i primi passi sul digitale con un blog interamente dedicato al vino. Come è nata l’idea o l’esigenza di aprire il tuo “Percorsi di Vino”?

La mia era una naturale volontà di condivisione che oggi, nel mondo social, è una parola assolutamente scontata, ma 15 anni fa quando ho aperto il blog, l’intento era abbastanza pioneristico. Al tempo era un aspirante sommelier che frequentava il corso AIS di Roma e avevo voglia di rendere il web (non si parlava di follower) partecipe delle mie emozioni da neofita del vino. In che modo? Semplicemente pubblicando i miei appunti sui vini che degustavo durante le lezioni.

 

Secondo te com’è cambiata nel tempo l’attività del blogger e che difficoltà o vantaggi ci sono oggi rispetto all’inizio?

Domanda molto bella, ma la risposta, per essere completa, dovrebbe essere lunga più o meno come un libro. Diciamo per sintesi che al tempo, nel 2007, non esistevano i social network come oggi, non c’era Facebook in Italia, né tanto meno Instagram. Il blog, unico canale web al di là dei siti ufficiali, per come lo intendevo io era una sorta di diario dove scrivere di vino in maniera personale ed eticamente corretta. Oggi il blog sembra uno strumento vetusto perché tutto passa attraverso i social, che hanno soppiantato di molto le potenzialità di un wine blog dove si va solo per approfondire un argomento eventualmente letto, al volo, sui Facebook o Instagram.

 

Come scegli i vini di cui parlare? E come organizzi il tuo lavoro tra degustazioni, viaggi, visite in cantina?

Come sai il vino per me non è una vera e propria professione per cui il mio lavoro non è organizzato come una vera e propria azienda che deve fatturare. Cosa vuol dire questo? Che ho ampia libertà di scelta, che recensisco solo i vini che mi interessano davvero, mi hanno emozionato e che ritengo, quindi, interessanti per i miei lettori. Anche i rarissimi sponsor post sono assolutamente indicati e, comunque, riguardano sempre un vino che avrei recensito per conto mio. Non ci sono marchette nascoste su Percorsi di Vino, scrivo solo di ciò che mi piace. Anche per quanto riguarda i viaggi e le visite in cantina seguo lo stesso discorso, cioè al 99% dei casi vado dove mi piace andare. Per farti un esempio lo scorso agosto sono partito per un tour personale in Friuli, era da tempo che volevo approfondire la conoscenza di quella bellissima regione vitivinicola. Ho chiamato le cantine in anticipo e sono andato.

 

Come percepiscono le aziende la figura del blogger? Si rendono conto che può essere un ottimo strumento di comunicazione?

Posso darti una mia visione generale su questo. Penso che fino a qualche tempo fa il blogger fosse visto come la figura alternativa e complementare al “classico” giornalista enogastronomico: entrambi scrivono articoli sul vino, tendono ad approfondire, con strumenti e competenze a volte diverse, un certo argomento. Oggi, invece, il blogger, ma penso anche il giornalista enogastronomico, viene visto come figura un po’ retrò, considerando che spesso e volentieri uffici stampa, aziende e gli stessi Consorzi di Tutela del vino reputano più importanti, o meglio più utili, gli influencer del vino. Questo perché sono ritenuti molto più bravi e “potenti” di noi blogger sui social, canali di comunicazione obbligatori e indispensabili per convogliare un certo tipo di informazione e raggiungere dei target di utenti specifici.

 

Tra le tue attività da esperto e appassionato di vino ci sono i corsi di formazione e gli eventi. Lo scorso anno hai debuttato con la prima edizione di Beviamoci Sud, dando ampio spazio a i vini rossi del Sud Italia, alcuni spesso poco conosciuti.  Secondo te di cosa c’è bisogno negli eventi del vino e cosa vorresti e ti piacerebbe come visitatore? 

Beviamoci Sud è stato solo l’ultimo evento di tutta una serie che sto portando avanti da ormai cinque anni. Prima con Aglianico a Roma, poi con due edizioni di Taste Alto Piemonte più tutta la serie di degustazioni che organizzo in giro per Roma.  A Roma, come Capitale e meta di grande turismo, più di altre città, c’è bisogno di fare cultura soprattutto enogastronomica. Ci sono molti piccoli eventi, organizzati da noi appassionati (purtroppo le istituzioni in questo settore sono poco presenti o distratte da altro), che ci impegniamo in degustazioni e manifestazioni varie per far crescere la cultura del cibo e del vino in questa bellissima città. Cosa manca ancora a Roma? Una manifestazione degna di un Vinitaly o di Identità Golose, ma ci stiamo pensando!

Ci puoi fare un quadro dei tuoi lettori e dei tuoi follower?

I miei lettori sono persone di cultura superiore sul vino e non neofiti. Solitamente mi seguono da anni e leggono Percorsi di Vino perché cercano competenza, serietà, etica e perché vogliono approfondire un certo argomento che sta loro a cuore. A tal proposito ho messo on line da poco un reportage abbastanza completo sull’annata 2016, l’ultima in commercio, del Brunello di Montalcino ed è stato particolarmente apprezzato tanto che è stato letto da oltre duemila persone.

 

Come hai vissuto il periodo del lockdown? Come ti sei organizzato per poter continuare a scrivere senza poterti spostare da casa o poterlo fare poco nell’ultimo periodo?

Il blog lo puoi seguire tranquillamente da casa, il problema non era scrivere. Purtroppo, non potendo girare per cantine e fiere, ho scritto dei vini che ho assaggiato partecipando alle tantissime degustazioni online, organizzate dalle stesse cantine in questo brutto periodo segnato dal Covid, o che ho comprato per conto mio.

L’argomento che ti affascina di più nel mondo del vino e di cui ti piace parlare e quello che vorresti approfondire maggiormente?

In oltre 15 anni penso di aver trattato quasi tutti gli argomenti legati al vino, ma la cosa che mi piace di più è scoprire e far scoprire ai miei lettori l’esistenza di vignaioli o territori poco conosciuti.

 

Competenza enologica e competenza digitale

Due strade che dovrebbero andare a braccetto per essere moderni e al tempo stesso autoritari in materia. Qui si apre però anche il dibattito tra giornalisti contro influencer. Ma per ora direi di evitare..

 

Quali consigli daresti a chi si avvicina alla comunicazione del vino? 

Di rispettare sempre i lettori, perché non è affatto stupido e se si fanno esclusivamente delle “marchette” si rischia di perderli in tempi stretti. La web-reputation è fondamentale.

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La Brasilena raccontata su “Fanocracy”

La Brasilena raccontata su “Fanocracy”.

Pubblicato il

04 Marzo 2021

Giusy Ferraina

 

Prima di Natale mi ha scritto Cristiano Carriero, aveva letto un post sulla Brasilena, condiviso sulla mia pagina Facebook e curioso del fenomeno, mi ha chiesto se conoscevo bene il prodotto e se mi sarebbe piaciuto parlarne nella nuova edizione italiana di “Fanocracy. Trasformare i fan in clienti e i clienti in fan” curata da lui.

Premesso che sono origiaria di Girifalco, il paese dove la Brasilena si produce. Premesso che il titolare dell’azienda ha casa di fronte alla mia e che come tutti i calabresi sono cresciuta con questa bibita al caffè mitologica nel frigo. La risposta che potevo dare a Critiano era ovviamente Sì!

In poche battute avrei dovuto parlare non del prodotto, né della storia, né dell’azienda ma del rapporto che esiste tra la Brasilena e i suoi consumatori, che a tutti gli effetti possono essere chiamati fan. In poche righe ho cercato di sintetizzare e di raccontare la Brasilena e il suo mito dal punto di vista di chi la consuma, perché la Brasilena non teme rivali, è un’icona su cui si è costruito un rapporto e un legame identitario forte.

Qui di seguito l’estrato del libro, uscito lo scorso 5 febbraio e che trovate in vendita su Amazon

 Buona Lettura!

 

Brasilena: dalla Calabria al mondo.

“Provate a chiedere a qualsiasi calabrese cosa sia per lui la Brasilena, vi risponderà: “Per noi calabresi la Brasilena è come la Coca Cola nel mondo”.

Stiamo parlando di una gassosa al caffè, prodotta a Girifalco, in provincia di Catanzaro, fatta con un infuso di caffè appositamente torrefatto in acqua minerale Calabria, proprio la stessa che sgorga a Monte Covello, dove ha sede lo stabilimento. E come spiega Cesare Cristofaro, terza generazione al comando dell’azienda, la brasilena è realizzata con ingredienti naturali, senza conservanti ed ecosostenibile, in quanto prodotta con utilizzo di energia verde e confezionata in packaging di vetro.

Un marchio registrato, quasi storico, un logo e un colore che non si dimentica facilmente, un sapore inimitabile, che si dice frutto di una ricetta segreta. Un prodotto tutto made in sud inserito anche fra i PAT (Prodotto Agroalimentare Tradizionale).

La Brasilena non teme gli attacchi di eventuali competitor o di multinazionali, per i calabresi che sono nati e cresciuti con questa bevanda, la brasilena sarà sempre preferita a qualsiasi altro soft drink o coca cola di turno. Perché la brasilena è molto di più di una semplice bevanda, è un’icona, una sorta di archetipo nella mente di chi la vive da sempre. La brasilena ha sviluppato un rapporto di profonda identità con il territorio. Brasilena è Calabria e di conseguenza diventa senso di appartenenza.

Si cresce in compagnia della brasilena, ogni calabrese ha nel frigo la sua scorta per sé o da offrire agli ospiti. La trovi da per tutto: nei bar, supermercati, negozi. E’ rituale come un caffè, è il classico ordine che si fa al bar, si beve in ogni momento della giornata, leggera e dissetante, anelata dai bambini, abusata dagli adulti. La brasilena non manca mai nel famoso pacco da giù che si spedisce ai parenti che stanno al nord o all’estero, è il prodotto tipico che devi per forza comprare e portar via dopo le vacanze, come si fa con il peperoncino, le cipolle di Tropea o la ‘nduja.

Ovviamente questa bevanda al caffè ha un’ampia penetrazione nella regione, è la bibita più venduta in Calabria. Al contrario al di fuori di essa spesso risulta introvabile, ma questo non significa che non abbia mercato, tuttaltro. Si trova sparsa in tutta Italia, ma molto di più all’estero Svizzera, Germania, Canada, USA, Paesi Bassi UK. La Brasilena arriva laddove c’è una comunità calabrese che la desidera. La brasilena nel mondo - come confida Cesare Cristofaro - risponde al bisogno di colmare uno stato di nostalgia verso la propria terra, la famiglia e l’infanzia. Una bottiglia di brasilena per un calabrese è simbolo di casa, narratrice della sua storia, un album di ricordi.

C’è un’azione di marketing surreale e fuori dagli schemi intorno alla brasilena, ma un’economia di impresa che funziona e diventa fulcro e motore di un’economia locale. Il suo punto di forza è proprio il sentimento identitario, il mercato si attiva intorno a questo prodotto che risponde a una domanda forte e radicata, difficile da ricreare in un ambiente neutro. La sua domanda, infatti, arriva direttamente da chi la beve da sempre o da chi da turista ha avuto modo di fare la sua conoscenza e ne rimane colpito, perché si sa che una volta assaggiata non si scorda più” .  

 

Fonte: Fanocracy

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Il vino digitale è una realtà. Intervista a Susana Alonso

Il vino digitale è una realtà.

Intervista a Susana Alonso

Pubblicato il

29 Marzo 2021

Giusy Ferraina

Vino. Una parola ricca di significati e di associazioni. Un mondo di cultura a tutto tondo: dall’enologia alla geografia, letteratura, storia a cui si aggiungono poi le conoscenze gastronomiche, di territorio e poi quelle di mercato. Chi lavora nel mondo del vino si immerge volente o nolente in tutte queste informazioni, si conforma intorno a un know-how da cui non si può prescindere, che sia il vignaiolo o il responsabile marketing o commerciale di una cantina ci sono cose che bisogna assolutamente sapere, masticare, toccare con mano dalla produzione in vigna alla promozione on line.

 

Oggi il vino è a tutti gli effetti vino digitale. Lo abbiamo vissuto tutti in prima persona, come produttori, distributori o utenti il digital wine marketing è esploso. Il percorso era già in essere e il lockdown con la chiusura dei canali tradizionali ha portato un’accelerazione ed ora lo si può definire esigenza, risorsa strategica di comunicazione, elemento essenziale e necessario per stare sul mercato. Su tutti questi concetti si basa il libro di Susana Alonso, Digital Wine Marketing. Guida alla promozione online del vino e dell’enoturismo” edito da Hoepli, in cui si traccia la strada per approcciarsi al digitale. A Susana Alonso, esperta di vino e di digitale, sommelier e consulente, founder di Sorsi di web, che si occupa di marketing e comunicazione digitale per le cantine ho fatto un bel po’ di domande, ho posto i miei dubbi, le mie osservazioni sul mercato e su questo mondo in cui lavoro anche io da un po’ di anni. Ne è venuto fuori un articolo per Radiofood.it, ma qui vi propongo la versione integrale della nostra conversazione. Il tema è il vino digitale, raccontato sotto ogni aspetto nella guida pratica che ha pubblicato.

 

Iniziamo con una domanda relativamente facile. Cos’è per te il vino e il vino digitale?

Il vino digitale è semplicemente la versione online del vino fisico. Ormai praticamente tutto esiste sia come oggetto offline sia come oggetto online. Il vino digitale ha una sua identità, che esprime attraverso le tecniche e le strategie di comunicazione online. Se non possiamo trasmettere direttamente aromi e sapori, però possiamo farlo indirettamente con parole e altri media. E poi possiamo parlare delle caratteristiche del terroir, della storia e della filosofia di produzione, delle relazioni fra il vino e la cultura locale. Il vino digitale è fondamentalmente condivisione, un’occasione di formazione e di scambio di opinioni, oltre che un modo importante per comunicare l’enoturismo. Ormai il web è il centro della promozione in ogni settore, e il vino non fa eccezione.

 

Un percorso il tuo fatto di marketing e comunicazione che entra nel tempo sempre di più a contatto con il vino e il suo mondo, ma soprattutto con le esigenze delle cantine. Quali sono oggi, post lockdown e ancora in questo periodo di pandemia, le nuove esigenze delle cantine?

Credo che il punto centrale sia ancora la digitalizzazione. Le cantine dovrebbero estendere la loro presenza sul web e sostenere la loro identità digitale. Questo periodo poco felice ha portato con sé la necessita di accelerare la trasformazione digitale, perché apre tante nuove possibilità e permette di continuare a lavorare anche in presenza di un’emergenza grave. Perciò oggi una cantina digitale non è una metafora, ma una realtà. Bisogna costruire e gestire una versione online dell’azienda, che si estende attraverso vari spazi web e che è capace di proporsi con un’identità unica, forte e attraente. Le cantine devono presidiare il web ed entrare in contatto con i wine lover, influenzarne i gusti e le scelte e lasciarsi influenzare a loro volta. È così che funziona il mercato digitale. E non basta avere un bel sito web o una pagina Facebook presidiata. È anche necessario pianificare una strategia di comunicazione sistemica e integrata fra i vari strumenti digitali e fra l’online e l’offline.

 

Secondo te, con la situazione che stiamo vivendo, la chiusura della ristorazione e il rallentamento delle vendite cosa hanno capito le cantine? Pensi che il Covid-19 in un certo senso abbia accelerato i processi di digitalizzazione di cui tanto si è sempre parlato?

Sicuramente, c’è stato un effetto di accelerazione evidente. Le enoteche online hanno visto incrementi di vendite superiori anche al 100%. E il lockdown ha favorito la creatività! Infatti, a partire da marzo 2020 sono nate online tante nuove iniziative di supporto alla vendita di vino e alla costruzione di una relazione con il pubblico di riferimento. Tante cantine hanno investito in nuovi siti web che includono un ecommerce e un wine club, e hanno potenziato il collegamento fra i siti e le pagine sui social, in modo da aumentare il coinvolgimento e attirare nuovi wine lover. Spesso sono stati creati cofanetti particolari che abbinavano vino e cibo a prezzi accessibili da acquistare via Internet, e sono aumentate le sponsorizzazioni per la vendita di vino sui social.

 

Da quello che vedi come si comporta il produttore on line e come si comporta il cliente?

Ci sono produttori che comunicano molto bene online. È evidente che la loro comunicazione si basa su una strategia. Ma sono ancora tanti i produttori che sottovalutano il web e si improvvisano marketer di sé stessi con risultati poco soddisfacenti. È tipico che investano male i soldi delle sponsorizzazioni o che producano contenuti di bassa qualità. Spesso la ragione è che non conoscono abbastanza bene gli strumenti per fare marketing e comunicazione online. In effetti, sono competenze non facili da acquisire, spesso molto tecniche. E i software e le funzionalità evolvono velocemente, e bisogna tenersi aggiornati. Purtroppo, quando un produttore pensa di poter fare tutto da solo, il risultato è spesso doppiamente negativo: da un lato si investono male le risorse (soldi, tempo, conoscenze) e dall’altro l’imprenditore si fa l’idea che investire sul web non sia proficuo.

Per quanto riguarda i clienti e gli utenti del web in generale, a me sembra che siano sempre più attivi nella ricerca di prodotti e di esperienze online. Il mondo del vino incuriosisce sempre più persone e il web è il luogo naturale dove cercare informazioni, aziende e prodotti. Basta osservare i gruppi verticali sul vino su Facebook, per esempio. Le persone chiedono spesso opinioni su vini di ogni tipo, sugli abbinamenti, e anche sulle esperienze enoturistiche.

 

 

Essere presenti on line è fondamentale, costruire tra sito e social la propria brand identity e il proprio storytelling lo è altrettanto. Quanto ci aiuta il web per approcciarsi e lavorare con il mercato estero?

Avere un’identità digitale forte è fondamentale per suscitare l’interesse degli importatori. Un rischio comune è che altrimenti la percezione del brand e la decisione d’acquisto dipendano troppo dal prezzo del vino. Per un importatore è più facile vendere vini di un brand riconosciuto e ricercato dagli utenti. Lo storytelling e una brand awareness avvincente attraggono sia i wine lover sia gli importatori. E questo si collega alla necessità di avere un sito web almeno in italiano e in inglese, e con testi di qualità in entrambe le lingue. In realtà, per affrontare un nuovo mercato estero bisognerebbe usare contenuti adatti al paese specifico e alla sua cultura (localizzazione), ma il sito web in due lingue è già un importante primo passo.

 

Su cosa bisogna puntare oggi per dare slancio al mercato del vino? Si può e si deve ripartire dal digitale? Quali sono gli esempi che più ti hanno colpito in questi mesi?

Assolutamente, si può e si deve ripartire dal digitale. Ci sono tanti modi per farlo e questo è un bene. Nello stesso tempo i produttori vanno supportati perché, come dicevo, è facile perdere l’orientamento fra i vari strumenti digitali e fra le varie opportunità. La cosa più difficile è integrare bene i vari elementi: sito web, canali social, content marketing, sponsorizzazioni, influencer marketing, ecc. Digitalizzare una cantina non è un’azione semplice né veloce. Ci vogliono tempo, competenze e ‘ascolto’ constante della Rete.

In questi mesi ho notato tante nuove iniziative digitali orientate ad avvicinare i wine lover al vino. Per esempio le degustazioni virtuali. Come Sorsi di Web abbiamo iniziato a organizzarle a marzo 2020. Si tratta di eventi gratuiti che abbiamo chiamato #SorsiAperiWeb Digitali. Un’iniziativa simile è #CondividiLaTuaVigna di Francesco Saverio Russo. Sul web ci sono state anche alcune raccolte fondi a scopo di beneficenza, come #iorestoincantina dei ragazzi di Cantina Social o la campagna #iobevoacasapaladin di Casa Paladin.

 

Nel tuo libro parli anche di enoturismo, un altro capitolo che va in parte riscritto, ma che è propedeutico a una fase di rinascita e slancio sia del nostro turismo locale sia delle attività delle cantine stesse. Come vedi l’enoturismo di domani e quali consigli dai.

Sono certa che, se non già quest’anno, nel 2022 l’enoturismo tornerà a essere un importante fonte di fatturato per le cantine, sia per chi fa già accoglienza sia per chi si sta organizzando per farlo. Però sarà anche importante offrire esperienze adeguate ai nuovi turisti enogastronomici, cioè alle persone che ultimamente ne sentono parlare tanto e che sono curiose di provare. Negli ultimi anni, infatti il turista enogastronomico è cambiato: non è più necessariamente una persona benestante e che conosce il mondo del vino. Oggi sono sempre più numerose le persone con meno disponibilità economica, generalmente più giovani, ma desiderose di partecipare a degustazioni o a esperienze di conoscenza del vino. Il mio consiglio è includere nella comunicazione digitale della cantina informazioni sul territorio che la ospita, e di sfruttare canali come il blog per descrivere liberamente ed estesamente la propria offerta, dare consigli di assaggio, informare sui metodi di produzione, e proporsi come punto di riferimento in una certa regione vitivinicola.

 

Infine, se ti dico influencer, tu cosa rispondi? Quanto sono utili a promuovere una cantina e come fare soprattutto a riconoscerli quelli buoni e bravi da quelli improvvisati?

Sui social è abbastanza comune condividere pensieri e giudizi su prodotti acquistati e provati. In questo modo, ogni utente può diventare un micro-influencer all’interno della sua rete di contatti. Chi riesce a estendere la propria rete tanto da ricevere l’attenzione anche di persone che non sono strettamente amici o conoscenti è sulla buona strada per trasformarsi da utente autorevole in influencer vero e proprio.

Da semplici appassionati ed esperti, gli influencer diventano spesso dei collaboratori diretti dei marchi, diffondono i valori di un’azienda e ne supportano le scelte. Molto spesso gli influencer del vino sono sommelier, giornalisti freelance, autori o wine lover con un seguito importante sui canali social o sui blog personali.

Vorrei ricordare che anche l’influencer marketing deve mettere al centro il consumatore. La professionalità specifica e distintiva dell’influencer di oggi si esprime proprio nella capacità di alimentare il coinvolgimento dei consumatori intorno ai contenuti che propone. Per un brand è importante cercare di collaborare con influencer che, oltre a essere competenti, apprezzano davvero il marchio e ne condividono la filosofia. Per questo motivo, non bisogna solo guardare il numero dei follower, ma piuttosto alla qualità dei follower e ai contenuti delle loro interazioni.

Read more: Il vino digitale è una realtà. Intervista a Susana Alonso

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La cucina conquista anche TikTok

La cucina conquista anche TikTok.

Pubblicato il

22 Febbraio 2021

Giusy Ferraina

Musical.ly era il nome nel 2016, anno di comparsa sul web, di quello che oggi è conosciuto come TikTok. Il social network che ha letteralmente conquistato giovani e giovanissimi e non solo. Più il tempo passa e più il potere da “media influencer” aumenta e di conseguenza ciò che era una piattaforma dove condividere brevi video simpatici, comici, alle volte senza senso di ragazzi che ballavano al ritmo delle hit del momento è diventato un nuovo strumento di marketing. Le aziende cercano i tiktoker più seguiti, vip, blogger e influencer vari vogliono esserci a tutti i costi e così gli argomenti di cui si parla o si balla, dovremmo dire, si sono allargati fino a comprendere tutti gli aspetti dell’esperienza umana – compresa, ovviamente, la cucina.

 

I numeri di TikTok

41 milioni di utenti attivi, di cui 6 milioni sono tutti italiani iscritti a TikTok. La maggior parte degli iscritti sono adolescenti (ci si può registrare dai 13 anni in su), ma a quanto pare da noi il social network è forte di una buona quota di over 35. Dai dati raccolti da ComScore, tra settembre e novembre 2019 è evidente che anche in Italia il fenomeno TikTok continua ad aumentare per numero di utenti unici che passa da 2,1 milioni a 6,4 milioni con una crescita totale del 202%. Ma soprattutto ancora più importante sottolineare come sia cresciuto del 258% l’utilizzo di questo social tra gli utenti di età compresa tra 25-34 anni e 201% tra gli utenti over 35.

 

Trend in cucina

Basta cliccare su hashtag come #tiktokfooditalia, #15secondchef, #italyfoodporn per trovare migliaia di contenuti video di ricette, consigli di cucina o video virali. Per esempio provate a cercare #cucina sono ben 445 milioni di visualizzazioni e 47.5 per #cucinaitaliana e le declinazioni di genere continuano con #cucinaveloce #cucinafacile #cucinasana, #incucinaconpassione e poi le varie etnie dalla cinese a quella siciliana e romana, fino a #incucinasenzasprechi, #designerincucina #cucinadaincubo e qualsiasi parola si possa accompagnare al termine cucina.  Tra i trend del momento, vere chicche di TikTok ci sono #cucinasenzasprechi, proposto da Massimiliano Dona presidente di Unione Nazionale Consumatori per sensibilizza sul tema dello spreco alimentare che regala una serie di ricette da fare con quello che si ha in casa; #Distagione, da un'idea di Giallo Zafferano ricette con ingredienti locali e stagionali e #veganoperungiorno, alimentato da una Community ha racconta le ricette vegane, le curiosità e le proprietà nutrizionali  

 

Cosa si fa con Tiktok?

Si caricano e si guardano video di breve durata, al massimo 60 secondi, a cui si abbina una traccia musicale o una registrazione audio. Con i pochi secondi a disposizione più che di informazione possiamo parlare di micro informazione o di porzioni di informazione, o forse meglio pensare a un social da intrattenimento, dove gli utenti non vogliono e non cercano concetti complessi, ma commentano e condividono migliaia di meme, che è poi la formula comunicativa che regna sovrana su TikTok. E poi ci sono le challange: ogni settimana, su TikTok milioni di adolescenti e adulti si sfidano a interpretare frammenti di canzoni, a riprodurre posizioni o mosse di ballo più o meno difficili. Tutto questo è stato traslato anche sulla cucina, non solo dagli appassionati del “cibo”, ma addirittura anche con la presenza di chef e di volti noti della cucina televisiva.

 

Gli chef (e non solo) su TikTok

Gordon Ramsay è il nome internazionale che spicca su tutti, Bruno Barbieri il primo italiano ad approdare su TikTok. Il suo video di esordio che ha collezionato più di due milioni e mezzo views, lo ritraeva nella sua cucina a tagliare una carota con il sottofondo della canzone “Carote” del trapper di X Factor Nuela.

Sono loro due gli esempi di successo, due “adulti”, personaggi celebri, appartenenti ad un mondo diverso da quello a cui Tiktok era destinato e che sono riusciti a entrare a pieno nella mentalità di questo social ed essere apprezzati dagli utenti. Barbieri per esempio durante la pandemia ha postato video girati nella cucina di casa sua, Ramsay gioca come personaggio a fianco della figlia.

Tra gli altri anche Damiano Carrara che su TikTok cucina, si allena e condivide fuori onda e i momenti di pausa durante i set; e poi  Alessandro Borghese, Iginio Massari, Isabella Potì, che segue alla perfezione tutti i trend di Tktok. A questi si aggiungono anche diversi ristoranti e locali, come per esempio L’Antico Vinaio, storico locale di panini street food di Firenze e Fud Bottega Sicula. E non dimentichiamo i magazine di cucina e riviste autorevoli come La Cucina Italiana che propone video di ricette con un format colorato, fresco e leggero, ma anche tanti contenuti girati in redazione con protagonisti art director e giornalisti.

Ma chi va veramente forte su TikTok sono i cuochi amatoriali, quelli che potremmo definire blogger a tutti gli effetti, nati proprio su questo social, come Aurora Cavallo (@cooker.girl) con le sue storie di cucina che appassionano ogni giorno 277 mila follower, Chef In Camicia con i suoi consigli su cosa e dove mangiare, Viola Leporatti e il suo accento toscano, Diletta Secco  e le sue pallette al formaggio, il faccione di Daniele Rossi e le sue ricette dolci e salate. Vedremo con il tempo se i foodblogger noti decideranno di scendere in campo a suon di video.

 

LE RICETTE SU TIKTOK

Più che le challenge su TikTok abbondano i video di ricette. Quasi sempre amatoriali, girati nelle cucine di casa piuttosto che in quelle dei ristoranti o delle redazioni. Sono video imperfetti e a volte imprevedibili, con punte di comicità o creatività come mr TikTok vuole e visti i tempi ristretti sono vide oricette da guardare più che da riprodurre visto che mancano spesso indicazioni sui tempi, le dosi e le modalità. Il punto di forza della piattaforma è quello di sfruttare un brevissimo intervallo di tempo per catturare l’attenzione e rivelare un trucchetto in cucina, una ricetta o far incuriosire gli utenti sulla preparazione di un piatto. Fra i video più popolari ci sono quelli che mostrano come trasformare una pizza surgelata in un piatto gourmet, cosa portarsi per pranzo a scuola o al lavoro. Il tutto pensato per raccontare in maniera creativa metodi di cottura o pillole di cucina intrattenendo un nuovo pubblico e diventare delle food celebrity. Ovviamente la musica non manca mai e TikTok ha addirittura pensato a una playlist “Cookingsempre disponibile.

 

Fonte: https://www.radio-food.it/cucina-tiktok/

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